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La selvaggina sostanzialmente migra per motivi di riproduzione e di cibo. Quest’ultimo, in particolare, varia col variare delle stagioni. Ecco quindi la necessità di spostarsi dai luoghi caldi a quelli freddi e viceversa, dalla montagna alla pianura e viceversa. Ovviamente, gli spostamenti possono interessare distanza più o meno significate, che per gli uccelli possono andare anche da un continente all’altro. Grazie all’inanellamento e alla collaborazione dei cacciatori è stato possibile studiare in modo scientifico le migrazioni delle varie specie. D’altra parte per i cacciatori, la caccia alla migratoria assume un ruolo determinante. In linea di massima, la migrazione comprende per tutte le specie due viaggi, il cosiddetto passo, quello che gli uccelli compiono in autunno per andare a svernare ed il ripasso, ossia il viaggio di ritorno che gli uccelli compiono in primavera per andare a nidificare. Il passo ed il ripasso, per la gioia dei cacciatori, non si esaurisce in pochissimi giorni, ma possono durano rispettivamente anche 40/50 giorni. Gli uccelli preferiscono viaggiare di notte e limitare le soste a quelle strettamente necessarie per riposare e alimentarsi, anche se preferiscono viaggiare a stomaco vuoto. Ovviamente, il cacciatore può approfittare di queste situazioni, diciamo di abbondanza di selvaggina, se si tratta di specie cacciabili ossia non protette ed il periodo è compatibile con il calendario venatorio della propria Regione. In linea di massima, almeno il ripasso avviene quasi ovunque a caccia chiusa. Diciamo che ai fini del calendario venatorio, la nuova legge sulla caccia n. 157/92 non tiene conto della distinzione tra selvaggina migratoria e selvaggina stanziale, ma all’articolo 18 si limita ad elencare le specie cacciabili ed i relativi periodi duranti i quali possono essere cacciate. A scopo puramente esemplificativo tra la selvaggina migratoria annoveriamo le allodole, lo storno, il tordo, la cesena. Per la selvaggina migratoria si ricorre in genere alla caccia da appostamento fisso.